La storia di Damir Dzumhur: nato durante l’assedio di Sarajevo, tra cinema e tennis, ora sfida Sinner a Miami senza precedenti.
Amir Dzumhur la routine non l’ha mai davvero conosciuta. Semmai l’ha sfidata, piegata, a volte respinta con la stessa naturalezza con cui scarica uno smash. La sua storia non procede per linee dritte, ma per strappi: nascita sotto le bombe, risalite inattese, cadute e ripartenze. E oggi, a Miami, un incrocio inedito con Jannik Sinner che ha il sapore di una nuova occasione.
Perché il punto non è solo il secondo turno di un Masters 1000. Il punto è tutto quello che c’è stato prima. E, nel caso di Dzumhur, è parecchio.
Se nasci a Sarajevo nel maggio del 1992, non puoi essere un tennista come gli altri. La guerra è già iniziata, l’assedio è realtà quotidiana. La madre lo ha raccontato più volte: arrivare in ospedale fu quasi un miracolo, sotto il fuoco dei cecchini. E mentre Damir veniva al mondo, la città intorno cedeva pezzo dopo pezzo.
Tra quei pezzi c’era anche il palazzetto dello sport. Distrutto, poi ricostruito. Ed è proprio lì che Dzumhur cresce, racchetta in mano, guidato dal padre. Non è solo un luogo fisico: è una sorta di simbolo, di continuità in mezzo alle macerie. Da lì partono i primi colpi, veloci, istintivi. Da lì prende forma una carriera che, già in giovane età, lo porta fino al numero 3 del ranking juniores.
Il riferimento è chiaro: Djokovic e Federer. Due modelli diversi, ma complementari. Da uno prende la resilienza, dall’altro la pulizia tecnica. Il risultato è un giocatore che non ha paura di sporcarsi le mani nei match lunghi, né di accendere il ritmo quando serve.
Ma nel frattempo, Dzumhur vive anche un’altra vita. Nel 2006 appare come comparsa in Grbavica, film che vincerà l’Orso d’Oro al Festival di Berlino. L’anno dopo interpreta addirittura un cecchino in Snipers Valley. Due parentesi che sembrano deviazioni, e invece raccontano molto: la capacità di stare dentro contesti diversi, senza perdersi.
Il tennis, però, resta il centro. Tra il 2017 e il 2018 arriva il momento migliore: tre titoli ATP (San Pietroburgo, Mosca, Antalya) e il best ranking al numero 23 del mondo. Sembra l’inizio di una stabilità che, in realtà, non arriverà mai davvero.
Gli infortuni cambiano il percorso. E soprattutto un problema serio al pancreas, che lui stesso ha raccontato con parole nette: “Potevo morire”. Non è una frase da atleta in cerca di effetto. È una fotografia. Da lì si riparte, ma non nello stesso modo.
Dzumhur scende, esce dai radar principali, torna nei Challenger. Poi risale. Ancora. Con una costante: non smette mai di essere competitivo contro chiunque.
Il 2025 è un esempio chiaro. Cinque sfide contro italiani, con risultati alterni ma significativi. Batte Bellucci a Cincinnati e Madrid (in Spagna senza stretta di mano finale), supera Cinà a Bruxelles. Perde con Arnaldi e con Cobolli, nella semifinale di Bucarest che consegna il primo titolo a Flavio. Non è mai una presenza neutra: con lui in campo succede sempre qualcosa.
A Miami ci arriva passando da una partita complicata con Buse, salvando un match point e ribaltando tutto. Un’altra variazione sul tema della sua carriera: essere a un passo dall’uscita e poi restare.
E poi c’è Parigi, Roland Garros 2025. Torna al terzo turno di uno Slam dopo sette anni e trova Carlos Alcaraz. Lo spagnolo vince, ma in quattro set e dopo oltre tre ore. Non è una formalità. Non lo sarà neanche a Cincinnati, dove serve il set decisivo per chiuderla. Dopo il match, Alcaraz ammette la fatica mentale: segno che lo “stress test” del bosniaco funziona.
Ora tocca a Sinner. Nessun precedente, quindi nessuna abitudine. Solo un confronto da costruire punto dopo punto.
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