Vent'anni fa moriva Enrico Ameri, leggendario radiocronista di Tutto il calcio minuto per Minuto. Il Messaggero veneto ha voluto ricordarlo con le testimonianze di Bruno Pizzul e Riccardo Cucchi. Scrive Pizzul

 

Va da sé che la grandezza di Ameri va misurata sulla sua straordinaria capacità di catturare il plauso e il consenso popolari con il ritmo incalzante ma mai fastidioso del suo lessico, la tempestività degli interventi, il dualismo famoso e ancor oggi celebrato con Sandro Ciotti, altro grande clamorosamente diverso per atteggiamenti, cultura calcistica, sensibilità morale. I due erano entrambi posseduti dal demone del gioco. Ciotti perché voleva sempre e comunque vincere, Ameri perché voleva sistematicamente sfidare Ciotti, con esiti il più delle volte negativi. Con Enrico era piacevole intrattenersi anche in allegra brigata, amava mangiar bene e non rifiutava un bicchiere di vino, anche all’estero alla perenne caccia di ristoranti italiani e spesso in polemica con me che preferivo il rischio di avventurarmi in specialità culinarie locali, per misteriose che fossero. Quanto ci manchi ancora, caro Enrico.

Poi tocca a Cucchi

«Se dovesse capitarti di non aver nulla da raccontare, aggrappati al filo d’erba mosso dal vento sul campo e racconta quello». È stato il suo primo insegnamento. Enrico era “la voce” per noi “nativi radiofonici”, per quella generazione venuta alla luce quando la tv non c’era ancora. La domenica era dominata dal suo ritmo portentoso, dai suoi toni melodiosi, dalla sua capacità di trascinarci nello stadio insieme a lui, accanto a lui. “Rete!”. Due sillabe rotonde, nitide, musicali. Mai urlate davvero, ma cariche di emozione. L’erede naturale del capostipite, Nicolò Carosio. Suo allievo e già seconda voce nel primo numero di “Tutto il calcio minuto per minuto”: Carosio a Milano per Milan-Juventus, Ameri a Bologna per Bologna-Napoli. Era il 10 gennaio del 1960.

Da ascoltatore innamorato che tentava di imitarlo in radiocronache inventate come gioco, a giovane che entrava in punta di piedi in quella mitica redazione, il Pool Sportivo, diretta da Guglielmo Moretti, l’inventore di “Tutto il Calcio”. Roba da far tremare i polsi leggere quei nomi sulla targhetta affissa accanto alla porta: Ameri, Ciotti, Ferretti, Luzzi… Al loro cospetto la prima regola era il silenzio. Prima ascoltare. Succedeva anche la domenica quando, per l’apprendistato, affiancavo Ameri sui campi di calcio. Anche in quel caso, in silenzio, per ascoltare lui che, inforcate le cuffie, iniziava il suo racconto. Il mio compito: rubareRubare pezzi del mestiere. Ma anche segnare il numero dei calci d’angolo che appartenevano di diritto, all’epoca, alle note di cronaca che nutrivano il commento finale. Al momento opportuno passavo il mio foglietto di carta dove in bella scrittura avevo annotato i numeri. Con il terrore di aver commesso un errore, con la paura di aver fatto sbagliare Enrico Ameri. Se è avvenuto non se n’è accorto mai nessuno. Nemmeno Enrico.

Le domeniche con lui erano scandite da orari teutonici. Ore 9.30 colazione, ore 10,30 Santa Messa (lui credente, io ateo ma incapace di dire “no”), alle 11,30 il pranzo a base di riso in bianco mantecato al parmigiano. E poi lo stadio, per primi, quando gli spalti erano vuoti e silenziosi, per una partita a scopa con il barman della Tribuna Stampa. Detestava il rischio di arrivare tardi, di essere bloccato in un ingorgo, di essere riconosciuto da un tifoso. Un narratore. Era questo Enrico Ameri. Un narratore di storie in diretta, un narratore di azioni di gioco. 

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