Da quasi quattro anni esclusa dalle competizioni internazionali, la Russia continua sorprendentemente a scalare posizioni nel ranking mondiale, superando persino nazionali europee regolarmente impegnate nella corsa alla qualificazione ai Mondiali.
Croazia-Russia 1-0. È il 14 novembre 2021 e a Spalato si gioca quello che, di fatto, è uno spareggio per la qualificazione diretta ai Mondiali del 2022 in Qatar. Quella sconfitta segna non solo la fine del cammino mondiale della nazionale russa, ma anche l’ultima partita ufficiale della sua storia recente. Pochi mesi dopo, nel febbraio 2022, l’invasione dell’Ucraina porta infatti alla squalifica della Russia da parte di FIFA e UEFA: la nazionale guidata da Valery Karpin viene esclusa da tutte le competizioni internazionali, a partire dai playoff che avrebbe dovuto disputare contro la Polonia (e, in caso di vittoria, contro la vincente di Svezia-Repubblica Ceca).
Da allora, la selezione russa ha potuto disputare solo gare amichevoli, inizialmente non riconosciute dalla FIFA, contro avversari di seconda fascia, provenienti in gran parte da Paesi “amici” o comunque non allineati alle sanzioni internazionali. Una lunga serie di incontri che, seppur fuori dal circuito ufficiale, ha permesso alla squadra di restare attiva e di non crollare, come si poteva pensare, nel Ranking FIFA.
Pur essendo considerate meno rilevanti ai fini del punteggio – le amichevoli hanno un peso decisamente inferiore nel calcolo del Ranking FIFA – le vittorie ottenute dalla nazionale russa in questi anni hanno comunque prodotto effetti per certi versi sorprendenti.
Nelle ultime 21 partite, la Russia ha segnato 66 gol e ne ha subiti appena 8 subiti, con una media realizzativa impressionante. I recenti successi contro Iran (2-1 a Volgograd) e Bolivia (3-0 a Mosca) hanno spinto la Sbornaya a raggiungere il 30° posto nel Ranking FIFA.
Un risultato che appare paradossale se si considera che la Russia non disputa gare ufficiali da quasi quattro anni, ma che le ha comunque permesso di superare nazionali come Polonia, Serbia, Ungheria e Svezia, tutte impegnate in tornei e qualificazioni regolari.
Un’anomalia statistica che fa discutere, ma che testimonia come il meccanismo di calcolo del ranking – basato su risultati, frequenza di partite e coefficiente di difficoltà – possa talvolta premiare anche chi resta ai margini del calcio che conta.
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