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Morte Rossi, Bartoletti paralizzato: Non si fa così

10/12/2020 10:59

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"È morto Pablito!". Inizia così il lungo e commosso ricordo di Paolo Rossi da parte di Marino Bartoletti che su Facebook piange la scomparsa dell'eroe di Spagna 1982.  Bartoletti commenta con dolore la notizia ("E il sangue ti si gela. No, lui no! Il più mite, il più gentile, l'amico più fraterno degli eroi del Mundial (è il secondo che se ne va dopo Gaetano). E la mente si blocca. E le mani si paralizzano") e per l'occasione ripropone il pezzo che scrisse sei anni fa, per i 60 anni di Rossi ("Era un uomo sereno e finalmente felice. Ma, porca miseria, non si fa così!").

Il commosso ricordo di Bartoletti e l'omaggio a Rossi

Questi passaggi principali del ricordo di Bartoletti su Facebook

Quando gli parlai per la prima volta, il Rossi “bravo” si chiamava Renzo. Giocavano entrambi in Serie A nel Como e lui, a 19 anni, sembrava davvero un bimbo: educato e timido. E comunque le partite le guardava quasi sempre dalla tribuna, perché in campo ci andavano, oltre all’”altro” Rossi, Guidetti, Garbarini, Correnti, Pozzato, Scanziani, il vecchio Renato Cappellini e Rigamonti, il portiere che tirava i rigori. E in panchina, oltre al portiere di riserva ci stavano solo altri due giocatori. Nel dicembre del ’75 lo vidi per caso scendere in campo contro la Fiorentina di Mazzone: fu l’unica delle 6 partite disputate quell’anno in cui entrò nella formazione titolare. Non segnò mai. La Juventus, che ne era proprietaria, lo mandò a farsi le ossa (peraltro fragiline) nel Vicenza in Serie B.

 

Quando gli parlai per la seconda volta era già quasi Paolo Rossi: stava esplodendo appunto nel Vicenza dell’indimenticabile GB Fabbri e Azeglio Vicini lo aveva chiamato nella sua bellissima Under 21, con Galli, Cabrini, Manfredonia, Di Bartolomei, Giordano e persino - udite udite - Francesco Guidolin. Da allora ci saremmo parlati tante, tante e tante altre volte ancora: a cominciare dagli esordi in azzurro nella meravigliosa Nazionale che Bearzot, suo “padre”, assemblò e inventò per i Mondiali d’Argentina del 1978, gettando le basi del trionfo di quattro anni dopo. Lì, all’”Hindu Club”, sede del ritiro della spedizione azzurra, nacque “Pablito”.

 

Quando, da campione del mondo e da eroe nazionale, andò da Boniperti a chiedere un piccolo aumento, se ne uscì con un 20% in più che gli garantì 135 milioni all’anno (l’equivalente dello stipendio di un terzo portiere di un attuale top team di Serie A): e Boniperti gli tenne pure il muso per aver osato tanto. Non è mai diventato ricco: e se ha navigato in un accettabile benessere è perché ha sempre investito con intelligenza il suo denaro, dando soprattutto al “mattone” quella fiducia che è tipica di chi ama la concretezza (il suo gioiello è l’agriturismo di Poggio Cennina, un paradiso alla cui inaugurazione mi invitò in una dolcissima notte d’estate di qualche anno fa)

 

 


Tags: rossi boniperti Bartoletti

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